Parole
La parola è un gioco. Il gioco di costruire un senso.
Un senso che esiste, per avere l’opportunità di spiegarlo, oppure un senso inventato, per avere l’opportunità di immaginarlo in un mondo che non esiste.
La parola può essere musicale, crudele, sensuale, indifferente, o in mille altri modi che tu utilizzi, da sempre, per giocare a costruire i tuoi sensi. La tua parola è uno strumento, un mezzo per afascinare, lusingare, trasformare, asfissiare, e trafiggere chi ascolta e non sa difendersi ne dal verbo, ne dai sensi che costruisci e immediatamente distruggi con la sola scelta di un significato, una pausa, un silenzio in più tra le armi che destreggi.
Ma ora il tuo strumento si è rivoltato contro di te. Per costruire il senso di un sentimento superiore hai perso il filo di un discorso lunghissimo che si è arrotolato intorno a te creando uno spessore invisibile che ti impedisce di essere compresa e fa rimbalzare le attenzioni che ti vengono rivolte. La tua parola è scritta, e la spessore è costringere chi ti ama a leggere e non ad ascoltare.
Nello scrivere ti sei rinchiusa in un luogo inventato, sei diventata un personaggio raccontato da se stesso e sei sparita dietro le parole che lo dipingono. Ed ora vuoi uscire da un groviglio che ti soffoca e del quale hai perso il senso.
Cerchi una chiave nel mondo che ti passa vicino, ma la chiave la hai tu. Per uscrire devi srotolare il senso di quel discorso arrotolato come un filo intorno a te. Ritrovare le parole, sceglierle e giocare con loro in modo più semplice: leggendole.
Liberamente ispirato alla mia paroliera preferita.